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greatplacetowork.com offre ogni anno un ranking delle prime 100 società nelle quali la soddisfazione dei lavoratori è più alta. I responsabili della ricerca, che usa un mix di criteri non banale per emettere la classifica, arricchiscono l’analisi con una serie di elaborazioni davvero interessanti per capire cosa ci sta dietro alle scelte degli intervistati (ripeto, dipendenti di queste aziende).

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 Da molte fonti autorevoli, una per tutte il Web Economic Forum, sale un pressante invito ai capitani d’industria e ai governi a non perdere altro tempo sul fronte del lavoro e del fare impresa dinnanzi ad un cambiamento che non è una evoluzione in continuità ma una rivoluzione in discontinuità, o meglio una mutazione vera e propria.

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In teoria sappiamo fin dagli anni 60 del secolo scorso che i mass media e oggi anche i social media sono strumenti di potere, nel senso di governo delle menti. Dal momento che imprigionare le menti è meno visibile e cruento dell’imprigionare i corpi e che dominare con redini comunicative è meno violento del dominio delle armi e della forza fisica, questi strumenti di potere (non nuovi, anche nell’età classica la retorica e la persuasione attraverso discorsi sono state considerate tali) convivono bellamente (nei nostri paesi affluenti benché sempre più iniqui) con la convinzione di vivere in una democrazia liberale. 

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Tutti coloro che operano professionalmente nell’area della impresa e della sua evoluzione avvertono che uno dei fronti più caldi nella dialettica del cambiamento ruota attorno al tema degli “skills”

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Nel luglio del 2017 compare sulla Deloitte Review un articolo dall’espressivo titolo  “Beyond office walls and balance sheets: Culture and the alternative workforce”. 

 

 

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L’utilità della paura
Gianfranco Siri

Conoscete già il tema dei “perils of perception”, vale a dire il tema della distanza tra  ciò che si percepisce e ciò che di fatto i dati dicono, insomma la distanza tra il  soggettivo e l’oggettivo. Che una società di conoscenza e comunicazione mai vista  prima nella storia umana favorisca le credenze e a volte le superstizioni individuali  piuttosto che consolidare un metodo di dialogo orientato a far emergere ciò che è  vero e ciò che non lo è non è il minore dei paradossi della postmodernità.

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Più prolissi che mai i cantanti della settantesima edizione del Festival usano più parole che nelle precedenti 69 edizioni. [Analisi del gruppo di lavoro di italiani.coop]

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